“Allora, Lori, che ne dici, ci stai?”. Iniziò tutto così, con una semplice chiamata. Era l’estate di sei anni fa, un periodo turbolento della mia vita, in cui, dopo grandi sforzi, avevo appena concluso la scuola secondaria.
In quel periodo ero un ragazzo profondamente stanco e disilluso, intrappolato in un’esistenza che sembrava scorrere senza scopo. Perdevo il mio tempo con le persone sbagliate, impegnandomi in attività che non sentivo affatto mie. Mi isolavo sempre di più, rifugiandomi nel sonno e chiudendomi in me stesso, finché mi fu diagnosticato un principio di depressione. Era una malattia che mi risultava difficile comprendere appieno al tempo, ma che percepivo crescere dentro di me, giorno dopo giorno, come un’ombra inarrestabile.
Mi domandavo spesso dove fosse finita quella gioia di vivere che avevo da bambino, quella positività che riaffiorava solo durante le vacanze estive, quando il peso della mia tristezza sembrava dissolversi nel momento in cui abbandonavo le mie certezze per abbracciare l’ignoto e l’avventura.
L’opportunità di cambiare direzione arrivò attraverso una semplice telefonata. Ricordo perfettamente quel giorno. Ero a casa, l’inverno stava cedendo il passo alla primavera, e il sole filtrava attraverso la finestra della cucina. Il cellulare squillò nell’altra stanza, un evento raro, poiché di solito lo tenevo silenziato per evitare distrazioni.
Risposi quasi all’ultimo istante. Dall’altra parte della linea c’era mia cugina Valentina, una sorpresa, considerando che ultimamente ci sentivamo e ci vedevamo davvero poco. Lei, sei anni più grande di me, aveva dedicato gran parte della sua vita all’aiuto umanitario nei paesi in via di sviluppo.
Aveva iniziato come volontaria internazionale e, grazie alla sua laurea in architettura, era riuscita a fare la differenza in modo ancora più concreto. Operava in vari paesi del continente africano, aiutando a costruire scuole, ospedali e infrastrutture essenziali. Il suo approccio non era mai avventato; grazie alla sua piccola associazione di architettura, si assicurava sempre di comprendere a fondo le necessità locali, rispettando la cultura e le tradizioni delle comunità con cui lavorava.
L’ammiravo molto per questo. Ogniqualvolta tornava dalle sue esperienze, i suoi occhi riflettevano la meraviglia di ciò che aveva vissuto, provato, visto. Mi raccontava di luoghi sperduti nel tempo, di bambini che correvano scalzi e sporchi, ma sempre sorridenti e felici per quelle terre aride e desolate. Ogni volta ero ammaliato.
Un giorno avrei voluto provare o vedere con i miei occhi tutto ciò, per cercare di dare una mano, per vedere e tastare sulla mia pelle quanto mi veniva raccontato, ma mi sentivo troppo impaurito e insicuro per imbarcarmi in un’impresa del genere, quando anche uscire di casa era cosa ardua.
La chiamata quel giorno durò poco, perlopiù fu lei a parlare e a spiegarmi che cosa stesse progettando di fare per l’estate a venire. Come al solito ascoltavo con un grande senso di rispetto e fantasticavo sulle sue avventure, quando ad un certo punto, prima di salutarmi, mi chiese di partire con lei, dicendomi che anche suo fratello, mio cugino Alessandro, l’avrebbe accompagnata.
Il mio istinto ebbe il sopravvento: risposi di sì senza esitazione, travolto da un’euforia incontenibile per quella proposta inattesa, che, dopo tanto tempo, riaccese in me un battito di pura gioia.
La chiamata proseguì. Mentre Valentina mi spiegava dettagliatamente cosa saremmo andati a svolgere, io volavo con la mente, fantasticando in una trance che si interruppe quando venni richiamato all’attenzione dalla sua voce al di là della cornetta.
L’obiettivo del progetto di cui ci saremmo dovuti occupare era quello di portare a termine la costruzione di un piccolo dispensario in un villaggio remoto della Tanzania, chiamato Maji Moto, situato ai piedi di una delle vette più belle del mondo, il Kilimanjaro.
Non volli nessun tipo di altra descrizione per non rovinarmi le emozioni una volta recatomi di persona. Confermai nuovamente, ancora una volta senza esitare, ascoltando il mio cuore. Questa nuova avventura, ne ero sicuro, rappresentava l’occasione giusta per dare inizio a un nuovo capitolo della mia vita.
Fu tutto così veloce. Mi si illuminarono gli occhi al solo pensiero. L’idea di potermi scaldare il cuore con incontri nuovi, persone diverse, punti di vista a me sconosciuti, era davvero intrigante. Avrei potuto esplorare e aiutare persone che vivono in condizioni meno agiate della mia. Un richiamo troppo grande per il mio cuore, che non aspettava altro che questo, emozioni positive, forti.
In quel preciso istante capii che avrei avuto la possibilità di compiere un passo importante per realizzare il mio più grande sogno, quello che mi faceva battere forte il cuore quando ero piccolino, ossia viaggiare, esplorare luoghi meravigliosi, addentrarsi e immergersi nelle culture più lontane possibili dalla mia.
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Quella che hai appena letto è l’introduzione di “Sotto le Vette dell’Anima” di Lorenzo Finzi. Non è solo un racconto di esperienze vissute in luoghi remoti, ma una riflessione profonda su come il contatto con altre culture e il desiderio di aiutare possano trasformare la nostra esistenza.
Se cerchi un libro capace di ispirare, emozionare e farti viaggiare con la mente e con il cuore, Sotto le Vette dell’Anima è la lettura perfetta per te. Tra le sue pagine troverai storie di bambini con sorrisi più grandi delle loro difficoltà, comunità che, pur vivendo con poco, hanno un cuore immenso, e momenti di pura bellezza che solo il viaggio sa regalare.
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